L'eco del viaggio: l'emigrante dietro il migrante
- José Aguayo Ugaz
- 27 giu
- Tempo di lettura: 1 min

Alcuni anni fa a Copenaghen, abbiamo fornito assistenza psicologica a migranti rifugiati politici, persone che erano state vittime di persecuzione, di violenza organizzata e tortura che vivevano l'esilio come un'esperienza dolorosa e altrettanto violenta. Per la maggior parte di loro il rappoto con "gli altri", con gli autoctoni, era vissuto con diffidenza e distacco. Anche all'interno delle loro famiglie e reti sociali di riferimento venivano compromessi i vincoli affettivi e relazionali. Erano persone segnate da una sequela di sintomi e disagi riconducibili ad un disturbo post traumatico da stress, che mettevano in atto ciò che gli studiosi identificano come la messa in atto di "cicli di violenza" .
Da questo esempio si può capire quanto sia importante mettere a fuoco e conoscere la fase dell'emigrazione, per poter comprendere la complessità che si cela dietro ogni processo migratorio. In effetti, l'immigrazione è soltanto la fase finale del progetto migratorio.
Sappiamo che le motivazioni per migrare possono essere le più diverse: a maggior ragione quando esse hanno a che fare con la conservazione della propria sicurezza per motivi di persecuzione (per motivi religiosi, politici, identità di genere), di guerra, per catastrofi naturali. E proprio questa varietà dei fattori di spinta che suggerisce la necessità di individuarle. Coloro che hanno come compito promuovere le condizioni soggettive che favoriscano percorsi di inserimento sociale virtuosi, hanno l'esigenza di individuare le motivazioni di partenza nella fase post migratoria in coloro che prima erano emigranti.
Diversi studi di etnopsicologia sottolineano l'importanza di conoscere la fase premigratoria come variabile altamente significativa per la costruzione del benessere psicologico in grado di favorire il processo adattivo nella nuova fase di vita del migrante.



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