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Bilinguismo e infanzia

  • José Aguayo Ugaz
  • 1 mag
  • Tempo di lettura: 2 min

Se vi è un genitore portatore di una lingua madre diversa da quella dell'altro genitore, si dovrebbe standardizzare la comunicazione dando preminenza o esclusività ad una sola lingua, quella del paese di accoglienza?

Uno degli aspetti più controversi per i genitori nella gestione educativa della crescita di un figlio bilingue riguarda il dilemma relativo alla convenienza o meno di favorire il mantenimento o sviluppo della seconda lingua ("parliamo in casa solo la lingua di adozione?",

"manteniamo regole rigide su quando e con chi parlare nella lingua madre?").

Sono stati svolti su popolazioni infantili migranti di seconda generazione in Francia e Svizzera che "dimostravano" quanto la padronanza di una seconda lingua fosse un fardello che complicava il processo di apprendimento. In effetti, qualvolta si stabiliva un paragone con il profitto scolastico ottenuto dalla popolazione dei coetanei autoctoni, sembrava che il bilinguismo penalizasse pesantemente il profitto scolastico dei bambini. Ciò che tali studi avevano "dimenticato" prendere in considerazione la variabile familiare ovvero l'enorme peso che ha il background familiare, sia in termini socioculturali che di istruzione. Esso incide nello stesso modo in cui un bambino monolingue può essere penalizzato da un ambiente familiare poco stimolante, dal punto di vista delle conoscenze e dell'informazione e viciversa, aiutato da un contesto piuttosto curios e aperto. Il bilinguismo si sviluppa secondo gli stessi principi.

Ecco perché la psicolinguistica moderna considera il bilinguismo una risorsa cognitiva importante per lo sviluppo mentale del bambino più di quanto non si pensasse prima. Esso contribuisce in maniera decisiva a favorire un rapporto molto più evoluto con la realtà semantica del linguaggio. In effetti, il bilinguismo non solo stimola un rapporto complesso e arricchente nei confronti delle costruzioni linguistiche grammaticali di una determinata lingua, ma propizia anche la padronanza nella gestione delle categorie cognitive con cui il bambino costruisce i rapporti emotivi e relazionali con il mondo reale.

Parlare quindi una seconda lingua, o comunque esserne a contatto prima dei 5 anni, affre al bambino la possibilità di sviluppare abilità, forme di pensiero e di espressione più sofisticate dei bambini monolingui. Il bambino riesce a capire il senso simbolico delle parole e a ragionare molto più velocemente. Uno degli aspetti su cui insistono gli psicolinguisti, per evitare ritardi o confusione nel bambino prima di raggiungere la padronanza della lingua (quindi fino ai 5 anni), riguarda il fatto che in famiglia la stessa figura genitoriale faccia da modello linguistico nella lingua di riferimento.

In conclusione, i bambini bilingui possiedono più strumenti per risolvere problemi, perché sono abituati a pensar in una lingua sentendone parlare un'altra, e quindi sviluppano una flessibilità cognitiva. Vedono il mondo non attraverso una sola finestra, ma attraverso due. Non cambiano i pensieri, ma si arricchiscono le modalità per condividerli.

 
 
 

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